dimecres, 18 de febrer de 2015

Breve storia della Catalogna

La Catalogna è una nazione di cuore mediterraneo e spirito europeo nel confine tra Spagna e Francia. Con Barcellona a capo, ha sempre dovuto lottare per esistere. Ora si avvia verso l'indipendenza.

La nascita della nazione 
Nel 711 i musulmani approfittano dei conflitti interni del regno visigoto per attraversare lo stretto di Gibilterra e conquistare la penisola iberica. La maggioranza della popolazione non oppose resistenza agli invasori, adottandone cultura e religione. Nelle montagne del nord, però, si formeranno diversi nuclei cristiani resistenti. Nei due secoli di “clausura” montana, si configureranno grandi spazi culturali (catalano, aragonese, basco, castigliano-leonese e galiziano) che daranno vita a regni e contee. Nel caso catalano, questo processo si svilupperà sotto la tutela dei sovrani carolingi della Francia, che stabiliscono nei Pirenei la marca hispanica contro i musulmani e vi collocano conti di loro fiducia. Ma i pericoli della frontiera e la mancanza di aiuto da parte del re francese indusse le contee catalane ad unirsi sotto la casata di Barcellona, che nel 988 non rinnoverà il patto di vassallaggio con la nuova dinastia dei Capeti.

Il re Giacomo I e un soldato con lo stemma catalano
Il re Giacomo I e un soldato con lo stemma catalano/wikimedia
Dalla penisola al Mediterraneo 
La crisi in cui si vedrà sommerso il califfato dal s.XI favorisce l'espansione meridionale dei regni cristiani della penisola. In questo periodo, i conti di Barcellona danno vita ad una unione dinastica col re di Aragona (1137) e conquistano Lleida e Tortosa, definendo i limiti territoriali del Principato della Catalogna. Allo stesso tempo, intrecciano importanti rapporti con i signori feudali della ricca e colta Linguadoca. È di quest'epoca il primo riferimento ai Cathalani, che proviene dal Liber Mailochinus pisano del XII secolo. Dopo la conquista francese dell'Occitania, avvenuta nel corso della crociata contro i catari, la Catalogna riorienta il suo interesse verso sud, conquistando e ripopolando le isole Baleari (1229) e Valenzia (1238), che diventeranno regni associati alla confederazione catalano-aragonese. Poco tempo dopo, a capo della corona d'Aragona, i catalani inizieranno l'avventura mediterranea che li porterà a controllare la Sicilia, la Sardegna e Napoli tra il XIV e XV secolo, ma che supporrà un grande dispendio di energie e una forte rivalità con genovesi e francesi. Nel momento di massima espansione, il Re della confederazione catalano-aragonese controllerà tutti i territori citati, che manterranno le loro leggi e usanze.


Espansione mediterranea Corona d'Aragona
L'espansione mediterranea della Corona d'Aragona/autore
Un angolino dell'Impero 
Nel 1475, l'unione dinastica tra il Re della confederazione catalano-aragonese e la Regina di Castiglia farà confluire in capo alla stessa famiglia i due regni. Così, la monarchia ispanica nasce come una confederazione di regni che condivideranno uno Re e una diplomazia comuni. Questo  delicato equilibrio, mantenuto da Carlo V, si rompe con suo figlio, Filippo II, che, insediato a Madrid e circondato da ministri castigliani, governa secondo il modello della Castiglia, imponendo leggi ed interessi sugli altri regni. Così, la Catalogna è obbligata a contribuire ad un Impero castigliano con territori in America e Europa dai quali non trae alcun profitto. Da questo momento, saranno costanti le tensioni tra i Re assolutisti e le istituzioni catalane, come la Generalitat, che resistono alle arbitrarietà castigliane sulle leggi del territorio. Il latente conflitto arriverà all’apice nel 1640, con la ribellione popolare contro la presenza di soldati mercenari nelle case dei contadini catalani prossime alla frontiera. Davanti alla notizia che un esercito castigliano è stato inviato per soffocare le proteste, le istituzioni catalane dichiarano una Repubblica Catalana sotto protezione francese (1641), che verrà alla fine sconfitta con la conquista di Barcellona dopo una lunga guerra (1652). Pochi anni dopo, le negoziazioni per la pace tra la Spagna e la Francia (1659) determinano il distacco dei territori catalani a nord (Rousillon e Cerdagne), che passeranno al Re francese.


La rivolta dei Mietitori
"La rivolta dei Mietitori"/dipinto di Antoni Estruch
Due modelli di Stato a confronto 
Nel 1700 il debole Re della monarchia ispanica, Carlo II, muore senza discendenti. In tutta Europa l’evento era atteso con sentimenti di preoccupazione e speranza: trattandosi di uno dei regni più potenti sarebbe stata fondamentale l’inclinazione del nuovo monarca nei confronti degli altri Stati. Fu la Francia ad avere la meglio: nel 1701 era incoronato re della Spagna il giovane Filippo. L’alleanza del nuovo monarca con suo nonno Luigi XIV di Francia rompeva l'equilibrio politico in Europa e metteva in difficoltà il commercio inglese e olandese con l'America. Per i catalani, un Re francese che propugnasse una politica ancora più assolutista e centralizzante che in passato risultava una prospettiva non felice. È per questo che i catalani si alleano con l'Inghilterra, l'Olanda e l'Austria per portare al potere un Re più vicino alla loro visione politica,  l'arciduca Carlo. Ma la fine della guerra in ambito europeo, nel 1713, lascerà la Catalogna sola contro il Re borbonico, che dopo una durissima repressione ed un assedio lungo più di un anno, conquista Barcellona. Da quel momento (1714), i catalani perderanno non solo il loro Stato, le loro istituzioni e le loro leggi ma anche qualunque capacità di decisione politica; nel 1716 il dinamico quartiere barcellonese del Born sarà distrutto per lasciar posto a una fortezza militare, necessaria per soffocare qualsiasi intento di ribellione degli abitanti della città.


Barcelona 11 settembre 1714
"11 settembre 1714"/dipinto di Antoni Estruch
Fabbriche, lettere e ideali 
Pur sottomessa e sconfitta, la Catalogna si risolleva e i suoi abitanti s'impegnano per portare avanti almeno l’economia. Così, nel s.XIX, è già la regione più industrializzata e produttiva della Spagna; gli imprenditori chiedono allo stato Spagnolo una politica più protezionista, richiesta generalmente inascoltata perché poco conveniente per i grandi possidenti agrari castigliani. Quando le proteste crescono troppo, la repressione si fa sentire, come quando l'esercito spagnolo bombarda Barcellona nel 1842. Assieme all'industrializzazione, un altro fenomeno attraversa la Catalogna del s.XIX: la Renaixença. Nata nel contesto del Romanticismo europeo, è il movimento teso al recupero della storia e della lingua catalana nella cultura, nella letteratura e nelle arti. Questa corrente nasce proprio dalla necessità di valorizzare una lingua che, pur essendo stata sempre parlata dal popolo, era scomparsa non solo dall’uso ufficiale ma anche dalla dimensione letteraria. Il rapido fallimento di una Prima Repubblica federale spagnola (1873-74), più confacente alle aspirazioni catalane di autogoverno, e la successiva crisi del sistema parlamentare monarchico, elitista e poco rappresentativa, porteranno, alla fine del XIX secolo, allo sviluppo dei posizionamenti catalanisti.


L'industrializzazione della Catalogna
Il lavoro nelle fabbriche/dipinto di Santiago Rusiñol
Autogoverno e repressione 
Le rivendicazioni del catalanismo trovano risposta nella Mancomunitat (1914), ossia l'unione amministrativa delle quattro provincie della Catalogna. Questa prima esperienza di autogoverno avrà dei risultati buoni, con lo sviluppo sul territorio della rete di biblioteche, scuole ed infrastrutture. Ma la conflittualità sociale prodotta dalle precarie condizioni di vita degli operai e il collasso politico conducono ad un colpo di stato e allo stabilimento in Spagna di una dittatura militare (1923) che abolisce l'autonomia catalana e reprime il catalanismo. Questo porta il leader indipendentista catalano Francesc Macià, nel 1926, ad un azzardato tentativo d'invasione dai Pirenei per liberare la Catalogna, ispirato alla lotta irlandese. Per portare a termine il suo piano, Macià si avvalse dell’apporto della Legione Garibaldina, composta da 60 volontari antifascisti italiani che dovevano istruire i nuovi combattenti. L'operazione però fallì e fu scoperta pochi minuti dopo essere iniziata per il tradimento di Ricciotti Garibaldi, nipote dell'eroe dell'unificazione e spia di Mussolini. Catturato dalla Gendarmerie francese, Macià fu giudicato a Parigi, ma il suo carattere idealistico e cordiale attirò la simpatia della stampa internazionale, portando ad una condanna lieve.


Francesc Macià, primo presidente della Generalitat repubblicana
Il primo presidente de la Generalitat repubblicana, Francesc Macià (1931)/Fons Porta. Servei d'Audiovisuals de l'IEI
La II Repubblica, speranze e problemi 
Pochi anni dopo, l'incapacità di risolvere i problemi sociali, la crisi economica e la mancanza di libertà politica determinano il crollo del governo autoritario e aprono le porte alla Seconda Repubblica spagnola (1931). Nonostante il supporto dei settori catalanisti, federalisti ed operaisti, la nuova Spagna repubblicana incontrerà moltissime difficoltà ad introdurre tutti i cambiamenti che la maggioranza sociale richiedeva; ciò soprattutto a causa della feroce opposizione di una destra che cominciava a ispirarsi al fascismo italiano. Tali difficoltà si riscontreranno anche nel corso del processo intrapreso per l’approvazione di uno Statuto d'autonomia per la Catalogna (1932), teso al recupero delle sue istituzioni di governo (Generalitat e Parlamento). Nel 1933, l'ascesa al governo spagnolo di una coalizione di destra nazionalista determinerà un arretramento rispetto ai progressi registrati; si ricorrerà all’uso dell'esercito per reprimere le proteste: in risposta a questa involuzione il presidente della Catalogna, Lluís Companys, dichiara lo Stato Catalano nella Repubblica Federale Spagnola (6/10/1934). L'immediata reazione del governo spagnolo sarà l'invio dei militari, l'abolizione dello Statuto e della Generalitat e l’arresto dei componenti del governo catalano. 

La punizione dei vinti 
La vittoria nelle nuove elezioni del 1936 darà nuova speranza ai settori progressisti e catalanisti, ma l'insurrezione del generale Franco - aiutato da Hitler e Mussolini - e la crudele Guerra Civile (1936-1939) soffocheranno tali illusioni. In questa triste storia gli italiani mostreranno due facce della stessa medaglia: da un lato, i circa 4000 volontari antifascisti che lottarono per difendere la Repubblica spagnola e, dall'altro, i soldati inviati dal regime mussoliniano per aiutare i ribelli franchisti e bombardare dal cielo Barcellona (1938), azione che tolse la vita a più di 900 persone. La lunga notte franchista inizierà con una brutale repressione politica di comunisti, anarchici e di tutto ciò che fosse catalano: le istituzioni d'autogoverno sono abolite, si vieta la lingua catalana in ambito pubblico e si impone l'idea della Spagna unitaria ed indivisibile, inculcata nei bambini con materie come la Formazione dello Spirito Nazionale. Ma le conseguenze più tristi della repressione franchista sono rappresentate dai più di centomila esuli e i circa 4000 catalani assassinati in Catalogna. Tra i quali il presidente del governo catalano Lluís Companys che, dopo essere stato detenuto e consegnato alle autorità franchiste dalla Gestapo, sarà fucilato nel castello di Montjuïch (Barcellona) nel 1940.


Bombardamenti italiani Barcellona 1938
Bombardamenti dell'aviazione italiana su Barcellona (16-18 marzo 1938)/wikimedia
Il lento ritorno alla democrazia 
Negli anni Sessanta la Catalogna vede l'arrivo nel suo territorio di moltissimi emigranti da altre zone della Spagna, che si stabiliscono soprattutto nell'area attorno a Barcellona. Dopo la morte di Franco (1975), la Spagna vive una fase di transizione dalla dittatura alla democrazia, che avrà come arbitro il nuovo Re Juan Carlos. Nel 1977 ci sono le elezioni generali, si ristabiliscono la Generalitat catalana in forma provvisoria ed il suo presidente (prima in esilio) Josep Tarradellas. Nel 1978 viene approvata, tramite referendum, la nuova Costituzione spagnola e, nel 1979, lo Statuto catalano. Nonostante i reali e importanti cambiamenti, l'accettazione di una monarchia imposta da Franco, la persistenza di leggi e simboli franchisti nella nuova Costituzione e le minacce dell'esercito (colpo di stato di 1981) evidenziano l'insicurezza con cui tornava a camminare la democrazia in Spagna. Per quanto riguarda la questione territoriale, la strategia è stata quella di creare un sistema autonomistico teso a diluire la personalità della Catalogna e del Paese Basco mettendo sullo stesso livello le regioni spagnole e quelle nazioni che da sempre avevano rivendicato una maggiore autonomia (“caffè per tutti”). Con tale sistema si crea un modello di finanziamento per cui le regioni mediterranee catalanofone contribuiscono solidaristicamente allo sviluppo di quelle con meno risorse, mentre Navarra e Paesi Baschi, più ricchi, godono di un modello proprio per la raccolta delle tasse.


Repressione franchista Barcellona 1976
Repressione poliziale contro i manifestanti per la "Libertà, Amnistia, Statuto di Autonomia!" nel 1976/Manel Armengol
Porte chiuse e disaffezione 
Nel 2006, il governo catalano propone un nuovo Statuto che sarà ratificato dai cittadini catalani attraverso un referendum (73%); il PP spagnolo, allora all'opposizione, innesca però una forte campagna contraria, che arriva fino alla presentazione di un ricorso alla Corte Costituzionale. La situazione rimane bloccata fino al 2010, quando la Corte costituzionale dichiarò l'inefficacia giuridica di diversi punti, tra i quali la definizione della Catalogna come “nazione”. Questa sentenza provocò una grande manifestazione, a luglio del 2010, di almeno un milione e mezzo di persone sotto il lemma Siamo una nazione, noi decidiamo. Alla fine di quell'anno le nuove elezioni catalane portano al governo CiU, partito catalanista che aveva promesso un nuovo patto fiscale più favorevole per la Catalogna e che operò grandi tagli nei conti pubblici per saldare il debito. Nel 2011 arriva al governo dello Stato il Partido Popular di Mariano Rajoy, formazione della destra nazionalista spagnola. A questo punto, la negoziazione per un nuovo modello di finanziamento per la Catalogna rimane bloccata a causa del rifiuto di dialogo da parte del governo statale. La proposta doveva riequilibrare il flusso di non ritorno che subiva una Catalogna anche colpita dalla crisi, che vedeva come i cittadini di altri regioni meno produttive della Spagna godessero di un maggior livello di vita rispetto al proprio.

Il Parlamento catalano
Il Parlamento catalano/www.parlament.cat
Una rivoluzione "tranquilla"
A settembre del 2012, due milioni di catalani manifestano per le strade di Barcellona, questa volta sotto il lemmaCatalogna, nuovo stato dell'Europa. Preso atto della mobilizzazione popolare e non potendo raggiungere l’obiettivo elettorale promesso, il presidente catalano Artur Mas convoca delle nuove elezioni (2012), in cui aggiungerà nel programma la celebrazione di un referendum per decidere se la Catalogna deve rimanere nella Spagna ovvero diventare uno Stato indipendente. L'opposizione ai tagli e l'esistenza di altri partiti come ERC, con una tradizione indipendentista molto più consolidata, hanno portato Artur Mas ad ottenere solo una stretta vittoria. La nuova composizione del parlamento catalano non fu una sconfitta per coloro che volevano il referendum, ma solo la costatazione di una realtà politica più complessa, in cui bisognava arrivare a grandi accordi tra i partiti favorevoli ad esercitare il diritto all’autodeterminazione. La reazione del governo Rajoy è stata nel senso della ricentralizzazzione politica e culturale, di una ulteriore stretta sul piano economico e finanziario e dell’inizio di una campagna di minaccia ed opposizione contro l'indipendentismo catalano, parte di una più complessiva involuzione democratica.  L'unità richiesta ai propri politici dalla società civile catalana si materializza l'11 settembre del 2013 nella 'Via Catalana per l'indipendenza', che percorre con due milioni di persone i 400km del litorale catalano e che i media internazionali segnalano come notizia del giorno.

Manifestazione indipendenza Barcellona 2015
Manifestazione per la Giornata Nazionale della Catalogna, l'11 settembre 2015/autore

A dicembre del 2013, CiU, ERC, ICV e la CUP – maggioranza nel Parlamento catalano – si accordano per la celebrazione di un referendum il 9 di novembre del 2014, malgrado la forte opposizione del governo spagnolo. La consultazione alla fine si svolge grazie all’apporto dei volontari e in forma non vincolante. Il risultato è la partecipazione di 2.344.828 persone, delle quali l'80% vota per l'indipendenza, il 10% per uno stato federale e il 4% per mantenere lo status quo. Nonostante il boicottaggio da parte degli unionisti, la giornata è stata di grande emozione, con una  importante risonanza nella stampa internazionale e con un rafforzamento  del governo catalano. A gennaio del 2015 il presidente catalano convoca elezioni anticipate per il 27 settembre, nelle quali si presenteranno i partiti indipendentisti con la promessa di iniziare le negoziazioni con lo Stato per l'indipendenza nel caso di vittoria.


Coalizione Junts pel Sí
I capolista della coalizione Junts pel Sí; da sinistra: Oriol Junqueras (ERC), Muriel Casals (Òmnium Cultural), 
Raül Romeva (ex-ICV), Carme Forcadell (Assemblea Nacional Catalana), Artur Mas (CDC)/Pere Virgili

27S, il mandato democratico per l'indipendenza
Le elezioni, concepite in Catalogna come un plebiscito sull'indipendenza, sono state condizionate da una feroce campagna della paura, con minacce dal governo spagnolo, le banche e perfino il ministro della Difesa, preghiere all'unità da alcuni vescovi spagnoli e il ruolo controverso delle istituzioni europee, che tacciono alla richiesta catalana di rimanere nell'Unione Europea. Anche le ambasciate spagnole hanno creato difficoltà ai catalani all'estero – con un voto tendenzialmente più indipendentista – per poter votare, com'è successo a Roma, dove la documentazione inviata ai cittadini catalani che vi risiedono era sbagliata. Finalmente il 27 settembre, con una partecipazione del 78%, vincono per maggioranza di seggi i partiti indipendentisti (Junts pel Sí, 62 + CUP, 10 = 72/135) mentre i risultati al voto gli danno un 48% dei voti, molto superiore al 39% dei partiti che vogliono continuare come autonomia regionale e all'11% che preferisce una relazione federale con la Spagna. L'indomani i principali media internazionali rimarcano la vittoria degli indipendentisti catalani come una delle notizie del giorno.


Carles Puigdemont, 130º presidente della Catalogna
Carles Puigdemont è il 130º presidente della Generalitat de Catalunya/Wikipedia
Due settimane dopo le elezioni, il presidente e due ministre del governo catalano ad interim compaiono come indagati per la convocazione del referendum del 9 novembre 2014, fatto che riunisce i principali politici, 400 sindaci e migliaia di cittadini davanti ai tribunali per dargli appoggio. Con la vittoria indipendentista, Junts pel Sí (centro) e CUP (comunismo assembleario) preparano la “disconnessione” con la Spagna, da realizzare – se tutto va come previsto – in 18 mesi. La prima mossa è stata quella di investire Carme Forcadell, finora dirigente dell’Assemblea Nacional Catalana, come presidentessa del parlamento catalano. La seconda, presentare un testo da approvare in sede parlamentare che dichiara l’inizio del processo d’indipendenza rispetto alla Spagna. Ma l'opposizione della CUP ad investire Mas come presidente ha portato ad una una dificilissima negoziazione dopo la quale, nell'ultimo giorno possibile, è stato eletto presidente del governo catalano Carles Puigdemont con i voti di Junts pel Sí e CUP. Nei prossimi mesi si allestiranno le strutture proprie di uno Stato indipendente, come il Tesoro Pubblico, e si redaterà la Costituzione per la nascente Repubblica catalana.
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Ringrazio Marco Giralucci e Gennaro Ferraiuolo per la revisione del testo finale.

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